UNA SEQUENZA RISCHIOSA

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Nell’articolo IL RISCHIO DI ANNEGARE NELLA MEDIA ho voluto evidenziare che il rendimento medio generato dal mercato azionario (nell’esempio l’indice americano S&P500) non debba essere inteso come un rendimento costante su cui l’investitore possa fare affidamento ogni anno.

La figura n.1 mostra come i rendimenti annuali tendano a discostarsi di molto dal rendimento medio e che sull’orizzonte temporale di 15 anni (generalmente consigliato per tale tipologia di investimento) solo il 50% degli investitori abbia in passato ottenuto un rendimento pari o superiore ad esso.

La storia ci dice che affinché il rendimento dei tutti gli investitori corrisponda all’incirca al rendimento medio restituito dal mercato l’orizzonte temporale dell’investimento dovrebbe essere di almeno di 50/60 anni.

Figura 1 Performance annuali S&P500 e distribuzione su un periodo rolling di 15 anni. Fonte dati IFA.COM

Significa, quindi, che non valga la pena investire?

Assolutamente no, ma è fondamentale comprendere come si generi tale rendimento medio per evitare di crearsi false aspettative (soprattutto nel breve termine) e compiere errate scelte di pianificazione finanziaria.

Spesso le ipotesi alla base dell’elaborazione di piani finanziari prevedono che il rendimento sia costante nel tempo, ma come vedremo in seguito basarsi su tale assunto può rivelarsi disastroso per le proprie finanze.

 

Nella tabella n.1 ho ipotizzato due investitori di lungo periodo (il sig. Rossi e il sig. Verdi).

Il rendimento medio annuo di entrambi è del 6% circa (infatti il risultato finale è identico). Tuttavia, guardando i numeri e la figura n. 2 è evidente che il “viaggio” per arrivarci non sia stato uguale.

Tabella 1 Andamento investimento sig ROSSI e sig VERDI.

Figura 2 Grafico andamento investimento sig ROSSI e sig VERDI

La differenza è nella sequenza dei rendimenti annuali che è stata invertita.

Di primo acchito la cosa potrebbe sembrare ininfluente. Una volta compreso (e non è semplice) che bisogna rimanere investiti, non farsi condizionare dalla volatilità dei rendimenti annuali e che il rendimento medio non è un rendimento costante e “certo” (quantomeno nel breve termine) il gioco pare fatto.

Ciò è vero nel caso appena ipotizzato in cui i signori Rossi e Verdi hanno effettuato un investimento in un’unica soluzione senza realizzare nel corso del tempo versamenti o prelievi periodici. Qualora ciò avvenisse ci dovremmo confrontare con quello che viene definito RISCHIO DI SEQUENZA, ossia l’impatto che una sequenza di rendimenti negativa potrebbe avere sul controvalore del patrimonio finanziario durante la fase di accumulo o di decumulo.

Per quanto riguarda la fase di accumulo ho già trattato della questione nei due articoli pubblicati ad inizio 2018 (Investors’ n. 2 e 3) in cui confrontavo un investimento effettuato tramite Pic (versamento in un’unica soluzione) ed uno tramite Pac (piano di accumulo). Sebbene in quell’occasione non abbia citato apertamente il rischio di sequenza, avevo evidenziato come una sequenza negativa di rendimenti nella fase finale dell’accumulo poteva compromettere la performance complessiva dell’investimento ed aumentarne il rischio.

In questo articolo vorrei concentrarmi sul Rischio di Sequenza nella fase di decumulo (generalmente associata alla pensione) ed in particolare quale effetto potrebbe avrebbe sul rischio di sopravvivere al proprio patrimonio (Longevity Risk).

Nella tabella n.3 ho ipotizzato tre situazioni con in comune i seguenti input:

  • Un patrimonio iniziale all’età di 65 anni di 1.000.000 di euro
  • Un prelievo annuale di 50.000 euro necessari per sostenere il proprio tenore di vita
  • Un rendimento medio nel lungo termine dei tre portafogli di circa il 6%

Tabella 2 Simulazione prelievo periodico in una situazione di rendimento costante, sequenza iniziale negativa e sequenza finale negativa.

Figura 3 Grafico andamento del portafoglio in base a tre diverse ipotesi di sequenza di rendimento.

A guardare la figura n.3 è evidente che i risultati finali mostrino delle differenze notevoli.

Se escludiamo l’ipotesi irrealistica basata su un rendimento costante per tutta la durata del periodo (come scritto pocanzi chi investe sui mercati finanziari deve fare i conti con la volatilità dei rendimenti) rimane da capire il motivo per cui i risultati finali del sig. Rossi e del sig. Verdi divergano nonostante i due portafogli abbiano un identico rendimento medio nel lungo termine.

La risposta è semplice: una diversa distribuzione dei rendimenti nel corso del periodo analizzato.

A differenza della fase di accumulo in cui il rendimento finale beneficia di una sequenza iniziale negativa (che consente all’inizio di investire a valori inferiori), in quella di decumulo l’iniziale erosione del patrimonio causata dallo sfavorevole andamento dei mercati ed amplificata dai prelievi periodici necessari per sostenere le proprie spese non consente di beneficiare del successivo rialzo dei mercati.

La conseguenza è un aumento del Longevity Risk, ossia della probabilità di sopravvivere al proprio patrimonio come è accaduto allo sfortunato sig. Verdi.

Gli esempi riportati nell’articolo sono scolastici, ma hanno il pregio di far comprendere che un portafoglio il cui obiettivo è quello di far fronte alle spese sostenute durante la pensione (tramite prelievi periodici) non può essere gestito con la stessa logica con cui viene costruito un portafoglio per accumulare ricchezza nel lungo termine.

Agli investitori non è garantito di incassare il rendimento medio a lungo termine del mercato azionario. Non ogni periodo di 10 o 20 anni produce un rendimento positivo o superiore all’inflazione e questo impone di prestare molta attenzione al periodo di “fragilità” (i 10 anni precedenti all’inizio della pensione ed i 10-15 successivi come evidenziato nella figura n.4).

Sarà quindi necessario gestire la fase finale di accumulo per ridurre il rischio che una sequenza di rendimenti negativi vanifichi gli sforzi fatti per risparmiare durante la fase lavorativa e gestire la fase iniziale della pensione per evitare che essa eroda il patrimonio al punto da esaurirlo anzitempo.

Figura 4 Evoluzione patrimonio e sua composizione nella fase di accumulo e decumulo con evidenziata la zona “fragile”. Elaborazione Risparmioamico.it

 

Per ottenere tale risultato si possono utilizzare specifici strumenti (Fondi Data Target, rendite vitalizie, ecc) e strategie più o meno complesse come la strategia dei tre secchi, del tasso di ritiro sicuro o quella che utilizza le valutazioni del mercato per stimare i rendimenti attesi di lungo termine (10 anni) necessari per determinare l’asset allocation di un portafoglio in grado di minimizzare il rischio di sequenza senza rinunciare alla sua crescita.


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Mauro Pizzini

Mauro Pizzini

Consulente finanziario da diversi anni svolge la propria professione in un istituto bancario del Nord Italia. Iscritto albo dei promotori finanziari ha conseguito la certificazione Efa (European Financial Advisor) nel 2009 ed Efp (European Financial Planner) nel 2015. Premiato come Top Specialist ai Pfawards 2016 collabora con la rivista Investors (http://www.investors-mag.it).

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