WALL STREET INCROCIA LA MAIN STREET?

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Articolo apparso su Investors Magazine (anno 2016)

Periodicamente torna d’attualità il dibattito se esista una correlazione tra l’andamento dei mercati finanziari (Wall Street) e l’economia reale (Main Street).

Spesso l’investitore ha l’impressione che le borse siano governate dalla pura casualità e che quindi i valori espressi quotidianamente siano numeri virtuali senza alcuna attinenza con la realtà.

In un mondo perfetto i mercati finanziari dovrebbero esprimere in ogni momento il corretto valore economico delle aziende quotate ed il denaro essere allocato nell’investimento più efficiente (quello che a parità di rendimento atteso presenta un rischio inferiore o viceversa a parità di rischio un rendimento superiore).

Purtroppo nella realtà ciò non sembra avverarsi per diversi motivi:

  • la presenza di asimmetrie informative tra i soggetti che operano sul mercato, una condizione che si verifica quando uno o più operatori dispongono di informazioni più precise di altri. In generale interferiscono con il buon funzionamento dei mercati e possono indurre l’operatore meglio informato a comportamenti opportunisticia danno della controparte.
  • la presenza sul mercato di operatori con un orizzonte temporale di investimento di brevissimo periodo e quindi orientati ad esasperare il trend in corso per moltiplicare le opportunità di guadagno.
  • l’aumento dell’operatività di High frequency trading (Hft) che trae profitto dalle fluttuazioni dei titoli e quindi da situazioni di elevata volatilità. Anzi, si ritiene che le operazioni automatizzate determinino una maggiore volatilità sui mercati a scapito però di una “liquidità fantasma”, mediante la creazione di ordini che vengono cancellati prima di essere eseguiti, che non consente agli altri operatori di leggere correttamente il mercato.
  • la difficoltà a stimare alcune variabili necessarie per effettuare le scelte di investimento come per esempio i rendimenti attesi o il rischio associato.
  • l’emotività che caratterizza l’operatività dell’investitore che spesso lo conduce a scelte irrazionali e dannose per le proprie finanze.

Fatta questa doverosa premessa non c’è da stupirsi se al risparmiatore venga meno il desiderio di fare il grande passo e diventare un investitore (vedi box).

Risparmiatore o Investitore?

Risparmiatore: è colui che non vuole assumere posizioni di rischio e si pone come obiettivo la semplice salvaguardia nel tempo del valore del proprio capitale.

Investitore: è l’evoluzione del risparmiatore. Accetta di affrontare un rischio e fissa un arco temporale più lungo per ottenere un rendimento del proprio capitale che vada oltre la salvaguardia del valore nel tempo.

Dobbiamo quindi convenire che investire sui mercati finanziari è un’attività confinata ad impavidi giocatori d’azzardo o soggetti con un patrimonio consistente ed un orizzonte temporale abbastanza lungo da consentirgli di sopportare eventuali diminuzioni temporanee della propria ricchezza?

La risposta è NO a patto di prendere coscienza che i mercati non bisogna temerli, ma conoscerli.

L’obiettivo di questo articolo non è elaborare un sistema di trading, ma far comprendere all’investitore che sebbene non sia possibile prevedere l’andamento dei mercati finanziari nel breve termine essi si muovono nel medio-lungo termine seguendo una logica “economica”.

Una sequenza di cicli la cui intensità ed ampiezza non può essere prevista, ma di cui è possibile individuare la direzione del trend.

Per farlo utilizzerò dati liberamente disponibili in rete e pubblicati periodicamente da alcune istituzioni finanziarie ed economiche.

Come sottolineato ad inizio articolo il mercato finanziario dovrebbe esprimere il valore economico delle aziende in esso quotate intendendo con esso la capacità dell’azienda di produrre redditi futuri. Se il mercato si attende che l’azienda sarà in grado di generare redditi crescenti il suo valore tenderà ad aumentare nel tempo.

Tali aziende operano all’interno di un sistema economico da cui vengono influenzate e che a loro volta influenzano. Un sistema economico in espansione offre all’azienda opportunità di crescita del proprio business e quindi del proprio valore, viceversa una sua contrazione renderà più complesso per l’azienda sviluppare in modo profittevole la propria attività.

Ne consegue che ad un trend economico positivo dovrebbe corrispondere un incremento del valore economico delle aziende e quindi anche del loro valore sui mercati finanziari.

Ma è realmente così?

Per verificare tale assunto utilizzerò uno dei più conosciuti leading indicator (indicatori anticipatori) calcolato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) meglio conosciuto come ‘superindice OCSE’ (la serie storica è disponibile al link stats.oecd.org).

Il Composite Leading Indicators (CLIs) è un insieme di indicatori economici ed è progettato per fornire i primi segnali dei punti di svolta nel ciclo economico, cioè le fluttuazioni dell’attività economica intorno al suo potenziale di lungo termine. Questo approccio, concentrandosi su punti di svolta (alti e bassi), fornisce informazioni qualitative, piuttosto che quantitative, sui movimenti economici a breve-medio termine.

Esso viene calcolato per 33 paesi OCSE, 6 economie non aderenti, 8 aree geografiche e viene pubblicato mensilmente nella seconda settimana del mese.

Come si evince dal grafico sottostante vi è un’elevata correlazione tra l’andamento del CLIs e quello del ciclo economico. I punti di svolta dell’indicatore precedono costantemente quelli del ciclo economico di circa 6-9 mesi.

Figura 1 Confronto andamento CLI area Ocse e trend ciclo economico. Fonte Ocse

Per ragioni di spazio e per semplificare l’analisi prenderò in considerazione l’indicatore anticipatore e l’andamento del mercato finanziario della principale economia mondiale ossia gli Stati Uniti.

Nel grafico ho sovrapposto l’andamento dell’indice S&P500 (scala sx) e il Composit Leading Indicators (scala dx) dell’economia a stelle e strisce.

Figura 2 US Composit Leading Indicator Vs S&P500. Elaborazione RisparMIOamico su dati OCSE

La semplice analisi grafica evidenzia una correlazione tra l’andamento delle due serie storiche che sebbene si muovano con intensità diverse tendono a farlo nella medesima direzione.

Preso atto che esiste un legame tra l’andamento del mercato finanziario e quello dell’economia a cui esso fa riferimento e, quindi, che ad un’espansione di quest’ultima corrisponde solitamente ad una crescita del primo, passiamo alla seconda fase dell’analisi.

Individuato il trend rimane il problema di stimarne l’intensità (in particolare se positivo) e valutare se esso può in prospettiva offrire un ritorno adeguato per il rischio assunto.

Per risolvere tale quesito mi limiterò a confrontare il rendimento atteso del mercato azionario (nel ns caso l’indice S&P500) con il rendimento offerto dall’investimento free risk (sempre che esista ancora).

Una sorta di premio al rischio che per semplicità calcolerò come differenziale tra:

  • il rendimento atteso offerto dall’indice azionario calcolato sulla base degli utili attesi nei 4 trimestri successivi (dati disponibili su sito spindices.com)
  • il rendimento offerto da un paniere di bond governativi e corporate con scadenza 7-10 anni in quanto la natura dell’investimento azionario è di medio lungo termine. Anche in questo caso utilizzerò dati liberamente disponibili e pubblicati dal cento studi della Federal Reseve Bank of St. Louis (https://research.stlouisfed.org). Per il mio scopo mi sono limitato a calcolare la media tra il rendimento offerto dal titolo di stato decennale e il BofA Merrill Lynch US Corporate 7-10 che sintetizza il rendimento offerto da bond corporate investment grade con una scadenza tra i 7 e i 10 anni.

 

Nel grafico seguente ho riportato l’andamento su base mensile del differenziale (scala dx in punti base) e quello dell’indice di borsa (scala di sx). Per rendere più “morbida” la serie storica del premio al rischio ne ho calcolato la media a 6 mesi (linea bianca).

Figura 3 Premio al rischio US Vs S&P500 elaborazione RisparMIOamico su dati FED St. Louis e S&P

Il grafico mette in evidenza che i periodi che presentano un premio al rischio positivo (ritorno atteso del mercato azionario superiore a quello offerto dal mercato obbligazionario) sono caratterizzati da un andamento complessivamente positivo del mercato azionario. Si può dedurre che in tali periodi gli investitori alla ricerca di rendimenti preferiscano investire sul mercato azionario (che presenta un potenziale extra-rendimento rispetto al mercato obbligazionario) generando un aumento della domanda e conseguentemente delle quotazioni.

A questo punto è possibile identificare i periodi in cui l’investimento sul mercato azionario può potenzialmente offrire un ritorno positivo e che corrispondono a quelli in cui vi è la contemporanea presenza di un leading indicator al rialzo ed un premio al rischio positivo (periodi che definirò come pro-borse).

Nel successivo grafico li ho evidenziati in giallo e segnalato con dei markers sull’indice l’inizio (verdi) e la fine (rossi).

Figura 4 In giallo sono evidenziati i periodi pro-borse in cui vi è la contemporanea presenza del CLI al rialzo e del premio al rischio positivo

Dall’analisi del grafico è evidente come vi sia una successione di cicli di diversa ampiezza alcuni favorevoli all’investimento sul mercato azionario, altri meno.

Nella tabella seguente sono riportate le performance realizzate dall’indice S&P500 nei periodi pro-borse (quelli identificati dall’area gialla) e quelle realizzate nei restanti periodi.

Tabella 1 Dati su base mensile. Il mese non è solare, ma viene preso in considerazione il periodo tra le date di pubblicazione dell’indice CLI (seconda settimana del mese).

In essa si evidenzia che i periodi pro-borsa sono caratterizzati da:

  • una minore volatilità
  • un minore draw down mensile (perdita massima) a cui però fa da contraltare un rialzo massimo su base mensile inferiore
  • nessuna chiusura mensile con un ribasso superiore al 10%, ma un numero inferiore di chiusure mensili superiori al 10% (a dimostrazione che i maggiori rialzi si verificano di solito a ridosso dei maggiori ribassi)
  • una performance media mensile superiore

Sintetizzando tali periodi offrono un rendimento medio mensile maggiore a fronte di una volatilità e una perdita massima potenziale inferiore. Il rovescio della medaglia è dover rinunciare ad alcune fasi di rialzo del mercato particolarmente positive.

Tuttavia il “confort” per l’investitore che dovesse seguire tale approccio nell’investimento non è indifferente.

Se simulassimo, per semplicità, l’investimento sullo S&P500 acquistando l’indice nei periodi indicati come pro-borse e parcheggiandolo in liquidità nei rimanenti il risultato sarebbe quello evidenziato nel grafico.

Figura 5 Andamento S&P500 ed Equity line su scala logaritmica. I valori sono al lordo dei costi di transazione e della fiscalità.

La rinuncia alle iniziali fasi del rialzo sarebbe stata ampiamente compensata dall’aver evitato i periodi di forte ribasso. Risultato ancora più evidente analizzando i due grafici successivi in cui vengono messi a confronto l’Ulcer Index dello S&P500 e dell’equity line della strategia proposta e l’ampiezza del ribasso rispetto ai massimi precedenti.

Figura 6 Ulcer index – S&P500 Vs Equity line

Figura 7 Scostamento da massimo precedente – S&P500 Vs Equity line

È evidente che la sofferenza dell’investitore (che come dimostrato dalla finanza comportamentale attribuisce alle perdite un’importanza maggiore che ai guadagni) non sarebbe la medesima nell’investire nell’indice con un approccio buy&hold (compra e tieni) e farlo tenendo conto dell’andamento del ciclo economico.
Tuttavia quest’ultimo approccio non risulta facile da implementare in quanto richiede, tra le molte cose, il costante monitoraggio degli indicatori, il rimanere liquidi per lunghi periodi con il conseguente timore, in alcune fasi, di aver “perso” il treno e la consapevolezza che economia e mercati nel breve termine si muovono a velocità differenti.

Senza andare oltre nell’analisi, che sicuramente richiederebbe ulteriori approfondimenti, è quindi possibile far comprendere all’investitore che il mercato finanziario è caratterizzato da un susseguirsi di cicli caratterizzati da diverse situazioni di profittabilità che solitamente tendono a coincidere con l’andamento del ciclo economico. Cicli che hanno molte caratteristiche in comune, che possono differire per intensità ed ampiezza, ma che non si sviluppano mai casualmente e che prima o poi terminano (a differenza di quanto potrebbe far pensare l’andamento del mercato azionario nel breve termine).


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